sabato 12 maggio 2018

Babbo Natale porta libri - 2017

Questo post doveva uscire mesi fa. Per settimane la bozza è rimasta a prendere muffa senza che riuscissi a darle una forma decente. Oggi mi sono detta: "ora o mai più!", perciò ecco qua i miei libri natalizi.

Ero davvero convinta che quest'anno Babbo Natale non mi avrebbe portato nessun libro. Tutti sanno che ho tonnellate di libri da leggere e che non ho spazio dove mettere libri nuovi (ma ne compro avanti lo stesso), nessuno mi ha chiesto niente, e di solito qualche suggerimento lo chiedono. Ma quest'anno, o meglio l'anno scorso ormai, nada. 

Di solito sotto l'albero non manca mai un autoregalo che finisce inevitabilmente per essere un libro, giusto per andare sul sicuro e avere la certezza che nel momento cruciale, dopo la mezzanotte della vigilia, avrò qualcosa di bello da scartare e per cui essere entusiasta: è la mia personale tradizione natalizia e la porto avanti da quando andavo ancora a scuola. Quest'anno, però, a dicembre ero fusa, stanca, stressata, con troppa roba da fare e poco tempo per farla, qualsiasi viaggio in libreria si trasformava in un toccata e fuga insoddisfacente.

Ovviamente mi sono ridotta a fare quasi tutti i regali di Natale sabato 23. Cinque ore di avanti e indietro per il centro città e di dentro e fuori da una dozzina di negozi, di cui la metà erano librerie, perché regalare libri mi piace e mi piace ancora di più vedere che poi i regali sono azzeccati.
Temendo, appunto, di non ricevere alcun libro, ho pensato attentamente a cosa regalarmi, peccato che una grossa fetta della mia wishlist librosa sia fuori commercio. Ormai era tardi per comprare qualcosa on-line se speravo di avere qualche pacchetto da scartare sotto l'albero, così ho fatto una cernita in base alla reperibilità dei testi e sono uscita di casa con la mia bella lista. Dato che il tempo era ormai agli sgoccioli e che gli altri lettori della città avevano già arraffato il possibile svuotando gli scaffali, diversi dei titoli che cercavo latitavano. Sono ugualmente riuscita a trovare un paio di cosette che hanno proprio migliorato il mio Natale. 

La prima è Nella casa del pianista di Jan Brokken. Se la giocava con Bagliori a San Pietroburgo e Anime baltiche, dello stesso autore, perché è qualche mese che leggo commenti sempre positivi sui libri di Brokken e mi interessa ampliare le mie letture nel campo della non-fiction, che fosse edito da Iperborea poi era un plus. Vinta l'indecisione mi sono votata alla ricerca di questa biografia del giovane pianista Yuri Egorov, nella speranza di affiancare l'ascolto dei brani alla lettura del libro. Purtroppo non ho trovato l'edizione con la copertina che speravo, ma, dopo ore in piedi e sei librerie alle spalle, ho deciso che non era importante e ho colto l'occasione. Attualmente è in lettura e mi pare valga proprio la spesa.

La copertina che ho trovato
 con la foto di Egorov
La copertina che volevo
ma non era destino avessi

La seconda è il Dizionario dei luoghi letterari immaginari stilato da Anna Ferrari. L'avevo adocchiato all'inizio di dicembre ed ero tornata a sbavare in libreria almeno un altro paio di volte prima di decidere che era l'autoregalo che volevo assolutamente sotto l'albero. Il dizionario è bello ricco, pieno di luoghi descritti o nominati in opere secondarie o sconosciute, oltre ovviamente ai must del caso, ad esempio la voce Inferno occupa la bellezza di 26 colonne! Oltre ai luoghi geografici, comprende anche mezzi di trasporto, come il Nautilus di Verne, gruppi di persone, come il Circolo Pickwick di Dickens, e chissà cos'altro che non ho ancora notato. Sarà infinita fonte di curiosità letteraria e sprone alla lettura *u*

Alla fine, quando meno me l'aspettavo, dei libri Babbo Natale li ha portati lo stesso. Ho ricevuto un romanzo, una graphic novel e una cosa divertente.
Il romanzo è Il serpente dell'Essex di Sarah Perry. La stupenda copertina è bilanciata dagli orribili commenti sul retro, roba altisonante come:
«Se Charles Dickens e Bram Stoker si fossero riuniti per scrivere il grande romanzo vittoriano, mi chiedo se avrebbero superato Il serpente dell’Essex. Sarah Perry si afferma come una delle migliori scrittrici inglesi di oggi».
John Burnside
 e
«Per l’originalità, la ricchezza della prosa e la profondità nella caratterizzazione dei personaggi è improbabile che possa esserci un libro migliore, quest’anno».
Sunday Times
Giusto perché Neri Pozza non voleva sbilanciarsi -_-'
E' un romanzo storico di ambientazione vittoriana. Dalla seconda di copertina ha l'aria di un mystery e la cosa non mi dispiace. Dubito sarà all'altezza dei commenti entusiastici e molto fasulli, ma nulla toglie che possa essere una lettura piacevole. Staremo a vedere.


La graphic novel è Jane Austen di Manuela Santoni. Me l'ha regalato un'amica con cui condivido un interesse per i classici. Ovviamente LEI adora Jane Austen. Io sono nel limbo: anni fa iniziai Orgoglio e pregiudizio e dopo poco più di 100 pagine mi sentivo davvero irritata. Sul momento pensai fosse l'ironia pungente, ma riflettendoci su mi sono accorta che ci sono altri libri fortemente ironici che invece ho apprezzato. Forse è il fatto che l'ironia austeniana non risparmia nessuno, facendo sembrare tutti i personaggi (tranne Elizabeth e Darcy) degli emeriti imbecilli.
Quella volta accantonai la lettura ripromettendomi di provarci ancora con qualche altro titolo della Austen, magari Persuasione. Non ho ancora ripreso in mano niente di suo e non sono propensa nell'immediato futuro, ciò non toglie che il regalo mi abbia fatto piacere e che la biografia della scrittrice mi interessi anche se non sono ancora stata in grado di apprezzarne l'opera.


Infine ho ricevuto un libretto intitolato Non ho parole. E' una raccolta di parole, frasi, modi di dire intraducibili in lingue diverse da quella di origine. E' l'evidenza di quanto il linguaggio influenzi la cultura e il modo di pensare, perché dare un nome a qualcosa significa ritenerlo importante abbastanza da essere menzionato, mentre, se un concetto non ha un corrispettivo linguistico in una lingua diversa da quella in cui è nato, è probabile che nella "nuova" (nel senso di altra, di diversa da quella di origine) cultura non esista proprio quell'idea. Un bell'esperimento che sa essere anche divertente.


Insomma, io nei regali librosi a dicembre non ci speravo quasi più e invece sono finita con un buon bottino e un mucchio di roba da scartare. Grazie Babbo Natale!

mercoledì 14 febbraio 2018

Novecento

Ho sempre sentito parlare molto di Alessandro Baricco. Di solito i commentatori si dividono in due nette categorie: gli estimatori e i detrattori. Gli estimatori sembra lo amino per la capacità evocativa e le atmosfere un tantino surreali, i detrattori lo demoliscono per le frasi ad impatto e gli aforismi facili. Ammetto di non aver letto nessuna delle sue opere maggiori, come City, Castelli di rabbia o il celebre Oceano mare, ma, per quel poco che ho letto, mi sa proprio che non rientro in nessuna delle due categorie.

Tanti anni fa lessi Seta. Ricordo pochissimo di quel libro perché lo lessi in fretta (è scorrevole e molto breve) ed è passato molto tempo. Però ricordo che mi piacque e che lo riposi nel cassetto mentale in cui avevo già archiviato Neve di Maxence Fermine e La ragazza color dell'alba di Alev Lytle Croutier: in tutti e tre questi romanzi brevi ci sono atmosfere favolistiche, impalpabili e degli uomini che fanno viaggi in luoghi esotici e che si innamorano di una bellezza dall'aura misteriosa. Insomma, Seta mi era piaciuto e il mio primo incontro con Baricco andò bene.

Anni prima avevo visto La leggenda del pianista sull'oceano e me ne ero innamorata. Lo sono tutt'ora: mi ricordo le battute, gli sguardi e le musiche, e quelle tre ore di film mi sembrano troppo corte ogni volta che lo riguardo. Dato il mio smisurato amore per questa pellicola, avevo ovviamente deciso di leggere il monologo di Baricco da cui è tratta, ma andava sempre a finire che, dopo un giro in libreria, non lo compravo mai perché trovavo qualcosa di difficilmente reperibile che era proprio il caso di arraffare appena possibile, mentre Novecento, con i suoi 6,50€ e le copie onnipresenti su ogni scaffale veniva rimandato e rimandato, "tanto posso leggerlo quando voglio".

Un giovedì di fine settembre dell'anno scorso scopro che Novecento verrà rappresentato nella mia città, a prezzo scontatissimo e fuori cartellone, nell'ambito di un evento particolare. Non faccio neanche in tempo a pensare che vorrei andare a vederlo, che la mattina dopo ho già i biglietti in mano. Lo spettacolo è domenica sera, siamo venerdì e Novecento è un libercolo sottilissimo. Volo alla Feltrinelli in pausa pranzo, arraffo una copia e comincio a leggerla davanti a un bicchiere di latte macchiato.

Vecchia e nuova copertina Feltrinelli
All'inizio è impossibile non leggerlo con in testa le voci dei doppiatori del film e rivedere nella mente tutte quelle scene memorabili con Tim Roth e Pruitt Vince, ma con lo scorrere delle pagine mi slego dalla pellicola e il monologo acquista un suo personale carattere.
Cos'ha di bello Novecento? A me personalmente piacciono l'ambientazione (prima metà del XX secolo), il linguaggio tipico del parlato (espressioni come "non son buono" per dire non sono capace, ripetizioni, dislocazioni, digressioni, riformulazioni) e l'intimità che si crea tra il lettore (spettatore nelle intenzioni originali) e il narratore, Max Tooney. E anche la nostalgia. E' una storia nostalgica perché sono i ricordi di Max, raccontati da Max stesso, dei suoi anni passati a suonare la tromba a bordo del Virginian, transatlantico, tra il 1927 e il 1933. E' la sua giovinezza raccontata a chi presta orecchio e il racconto della sua amicizia con Novecento, pianista sopra le righe, di una bravura incommensurabile. Novecento è il fulcro del racconto di Max, lo vediamo come lo vedeva lui, come lo ricorda lui, una creatura strana, piovuta da un altro pianeta quasi, un uomo fuori dagli schemi che deve aver profondamente cambiato Max (anche se noi di Max non sappiamo quasi niente al di fuori di quei sei anni sul Virginian). E' un ricordo dolceamaro e forse anche un epitaffio per la persona più importante della sua vita. 

Ammetto però, che i detrattori di Baricco un po' hanno ragione, perché tutte quelle frasi furbette, buttate lì come se fossero spontanee, effettivamente ci sono e hanno dato fastidio anche a me.Ad esempio:
"Suonavamo perché l'Oceano è grande, e fa paura, suonavamo perché la gente non sentisse passare il tempo, e si dimenticasse dov'era, e chi era. Suonavamo per farli ballare, perché se balli non puoi morire, e ti senti Dio." (p.13) 
"Laggiù, in sala macchine, quella notte, Novecento e io diventammo amici. Per la pelle. E per sempre. Passammo tutto il tempo a contare quanto poteva fare in dollari tutto quello che avevamo rotto. E più il conto saliva, più ridevamo. E se io ci ripenso, mi sembra che era quella cosa lì, essere felici. O una cosa del genere." (p.31) 
"Andavo di fantasia, e di ricordi, è quello che ti rimane da fare, alle volte, per salvarti, non c'è più nient'altro. Un trucco da poveri, ma funziona sempre." (p.53)
Il monologo mi è piaciuto comunque e l'ho letto in un soffio. Male non ha fatto.

La messa in scena a teatro invece non mi è particolarmente piaciuta. La scenografia si è limitata a una vela al centro del palcoscenico e due sedie ai lati. Max, interpretato da Antonello Avallone, recitava con una vocina buffa, impostata. Di tanto in tanto partivano in sottofondo brani della colonna sonora del film, stupendi, perché Ennio Morricone non serve neanche spiegarlo, ma talvolta fuori luogo. Ad esempio, durante il duello con Jelly Roll Morton, Max parla dell'esecuzione di sei brani: tre fasi del duello per un brano a testa per ogni sfidante, quindi  nel round 1 prima suona Jelly Roll Morton e poi Novecento, round 2 JRM-900, round3 JRM-900 = 6 brani in totale. Parte il racconto del duello e, in corrispondenza del primo brano, si sente la musica del film suonata da Jelly Roll. Segue il secondo brano e si spargono le note suonate da Novecento. Poi prosegue il racconto ma la musica tace, per tornare infine, brevemente, in corrispondenza dell'ultimo brano che decreta la vittoria di Novecento. Perché? Perché far sentire solo la metà dei brani mentre vengono tutti raccontati? La musica, volendo, c'era. Il tempo per inserirla pure. O tutti i brani o nessuno sembrava una scelta troppo radicale? Vabbè.
Qua sotto la sfida completa:

Ancora peggio: interi brani sono stati tagliati dalla rappresentazione. Ora, non dico che uno non può tagliare, ma dev'esserci un motivo di sorta. Novecento è un monologo davvero breve anche da mettere in scena, un'oretta scarsa (nel mio caso 45 minuti), che reale bisogno c'era di tagliare delle parti? In particolare è stato tagliato un brano (effettivamente non fondamentale per la storia, non contiene fatti) che è il mio preferito: quello sui quadri che cadono quando meno te lo aspetti.
Eccolo qua: 

Insomma, è stato interessante vedere Novecento rappresentato a teatro dopo averlo già sperimentato nell'ambito del cinema e della letteratura, però non ho granché apprezzato la messa in scena. Mi sa che non riuscirò a rivederlo a teatro tanto presto, però, se in futuro mi capitasse di nuovo l'occasione, un pensierino ce lo farei ;)

martedì 26 dicembre 2017

The Greatest Showman

Due parole su The Greatest Showman
Premettiamo che: 
1- non disdegno affatto i film musicali. Non sono innamorata pazza del Fantasma dell'opera, come spesso capita agli amanti dei musical, ma da Tutti insieme appassionatamente a Moulin Rouge, da Anna e il re a Into the Woods (ne avevo parlato qui), apprezzo una buona fetta del genere e sì, so pure le canzoni a memoria XD
2- non ho ancora visto Les Miserables, perché il piano è di non spoilerarmi Hugo, quindi sapevo che Hugh Jackman non è male ma non me l'ero mai ascoltato per bene.

Detto questo, The Greatest Showman mi è piaciuto con riserva. E' la storia molto riassunta e davvero molto molto "romanzata" di P.T. Barnum, imprenditore americano che nell'Ottocento mise su un circo, anzi il freak show più vario e famoso del secolo. Il talento di Barnum era il marketing e grazie alle sue idee geniali riuscì ad emergere passando da figlio di un sarto a businessman abbastanza ricco da ricostruire il suo circo più di una volta a causa di incendi. Insomma, l'elogio dell'America come terra delle opportunità per chi ha abbastanza fegato e furbizia da far fruttare.

Le mie riserve riguardano il finale semplicistico, affrettato e molto buonista, ma soprattutto le musiche che, pur essendo belle e orecchiabili, suonano proprio scritte a tavolino con una formuletta per sfornare hit da popstar. Giuro, mi sono piaciute, ma non hanno quell'unicità che spesso contraddistingue le musiche di musical prestati al cinema dal teatro (perché The Greatest Showman è esclusivamente un film). Belle ma furbette, ecco.

Nonostante le riserve, il film è piacevole, scorre bene e Hugh Jackman è bravo. L'ambientazione e i costumi risaltano e c'è pure la love story, cosa volere di più?
Se qualcuno se lo guarda, mi spiega esattamente quale diavolo è il ruolo di Zac Efron nello show di Barnum? Voglio dire, a livello di trama è un pg fondamentale, ma effettivamente là nello spettacolo che cavolo faceva? XD

Vi lascio la ost, giudicate da voi:

lunedì 10 luglio 2017

Il lapis del falegname

Nel cuore della notte, in un bordello della Galizia, Maria da Visitaçao, insonne, ascolta la storia di Herbal. Lui è un uomo taciturno e riservato, ma quella notte le racconta dell'infanzia cresciuta in una famiglia povera, dell'innamoramento a prima vista della bella Marisa Mallo, degli anni da secondino nelle carceri durante la guerra civile. Le parla del dottor Da Barca, giovane idealista repubblicano la cui strada incrociò quella di Herbal durante la guerra.
All'epoca erano uno carceriere e l'altro prigioniero. Il dottore, incarcerato come tanti altri per motivi politici, emanava dignità e saggezza a dispetto della sua giovane età. Gli altri carcerati lo rispettavano, fuori la bella Marisa lo aspettava con ansia.
In quegli anni da nazionalista, Herbal seguiva i consigli che la vocina del pittore gli sussurrava all'orecchio, lo stesso pittore amico del dottor Da Barca che Herbal aveva fucilato assieme alle altre guardie nel lontano 1938.
Il pittore era tutto d'un pezzo, spiegò Herbal a Maria da Visitaçao. E fu uno dei primi che arrestammo. E' un tipo molto pericoloso, aveva detto il sergente Landesa. Pericoloso? Ma se non è capace neppure di schiacciare una formica. Che volete saperne voialtri! Aveva ribattuto, enigmatico. E' l'autore dei manifesti, quello che dipinge le idee. (p.21)

Nessuno, nemmeno lo stesso Da Barca, ha mai saputo del legame tra il pittore, il dottore, Marisa ed Herbal. Scivola fuori come una confessione dalla bocca di Herbal alle orecchie della triste Maria, molti anni dopo la fine della guerra.
Tra le distrazioni dei “passeggiatori” notturni c'era quella della morte rimandata. A volte, tra i prigionieri scelti per essere assassinati, ne sopravviveva qualcuno cui toccava una pallottola a salve. E tale fortuna, quel frammento di vita concesso dalla sorte, rendeva tutto più drammatico, prima e dopo. Prima, perché una flebile e capricciosa speranza squilibrava come un strada acciottolata la solidarietà dei condannati legati in fila indiana. E dopo, perché colui che tornava in galera testimoniava l'orrore con lo spavento del suo sguardo. (p.50)


Il lapis del falegname è un libercolo di Manuel Rivas tanto smilzo quanto forte. E' fatto di pagine poetiche e malinconiche che raccontano questo legame di odio-amore di Herbal per il dottor Da Barca.
Herbal odia il dottore. Lo invidia perché viene da una buona famiglia, perché ha studiato, per la sua aria intellettuale, perché è riuscito a conquistare proprio l'amore della bella Marisa, perché si è guadagnato il rispetto dei suoi compagni di prigionia.
Però prova anche ammirazione nei suoi confronti. Per la sua fedeltà alla causa repubblicana, per la sua rettitudine, per la sua intelligenza e cultura e per la sua pacatezza.
E di questa parte fondamentale che ha svolto nella vita di una guardia, il dottore non ha mai saputo né mai saprà niente.

E' un romanzo, una confessione, una liberazione e una testimonianza. E' la guerra civile spagnola con più realismo di quanto potrebbe trasmetterne un libro di storia. Davvero bello e, perché no?, anche struggente.
E in carcere i detenuti formarono anche un'orchestra. Tra loro c'erano diversi musicisti di buon livello, i migliori delle Mariñas, che durante il periodo della Repubblica era una zona rinomata per le feste da ballo. Perlopiù erano anarchici e amavano i boleri romantici, con la malinconia dello splendore perduto. Non avevano strumenti, e così suonavano con il soffio e con le mani. Il trombone, il sassofono, la tromba. Ognuno creava il suo strumento nell'aria. Le percussioni erano invece autentiche. [...] Pepe Sánchez cantava. Lo avevano arrestato assieme a varie dozzine di fuggiaschi nelle stive di un peschereccio, sul punto di salpare per la Francia. Sánchez aveva il dono della voce e, quando cantava in cortile, i carcerati guardavano la città che si stagliava in alto, perché la prigione sorgeva in un avvallamento tra il faro e la città, come per dire non sapete cosa vi perdete. In quel momento, ognuno di loro avrebbe pagato per stare dove si trovava. Nella garitta, Herbal posava il fucile, appoggiava la testa sulla pietra sporgente e chiudeva gli occhi come fosse il custode di un teatro d'opera. (p.63)

sabato 25 marzo 2017

Bilancio 2016

Ad anno ormai inoltrato, sembra tardi per fare una stima delle letture di quello precedente, ma sento la necessità di tirare le somme e fare il punto della situazione, che è quella riportata qui sotto.

Sono bravissima a fare piani che poi non seguo. L'avevo detto che i progetti di lettura del 2016 erano utopici. Ma rileggendo il bilancio dello scorso anno, mi sono stupita nel constatare che sono riuscita a tener fede a qualcuno dei miei propositi. Inaudito!

Ho letto di più, o almeno così mi dicono le statistiche di aNobii. Non molto di più, ma comunque più titoli e più pagine degli ultimi tre anni. Not bad, considerando che lavoro full time e mi sembra di non avere neanche il tempo di respirare. Come avrò fatto? Chi lo sa.

Ho iniziato il 2016 acquistando un taccuino e scribacchiandoci sopra le mie prime impressioni su quello che leggevo. E' andato tutto bene fino ad aprile, quando ho smesso di usarlo con regolarità e, come si può notare, ho anche accantonato il bloggo poco dopo, almeno ufficialmente, perché ho diverse bozze che aspettano una sistemata prima della pubblicazione.

Ho l'impressione di aver recuperato il gusto per la saggistica. Non ho finito di leggere niente in particolare, ma per mesi mi ha tenuto compagnia un saggio di Giovanni Pettinato sulla scoperta di Ebla che, benché probabilmente poco aggiornato (è del 1986), nondimeno è straordinariamente interessante e abbastanza scorrevole. Ormai mi manca poco per finirlo e spero di avere occasione di parlarne più avanti. Il mio incontro con Pettinato mi ha fatto venir voglia di rispolverare tutti quei saggi che in passato avevo comprato spinta dalla curiosità per l'argomento, ma che non avevo ancora mai letto seriamente perché, appunto, erano saggi.

Anche l'anno scorso non ho letto manco uno Shakespeare, però ho letto Cicerone e mi è piaciuto.

Per quanto riguarda il proposito di approfondire gli autori asiatici, la letteratura americana contemporanea, il fantasy e la sci-fi, ho iniziato l'anno leggendo Anima di Natsume Soseki, ho continuato con La neve cade sui cedri di David Guterson, ho proseguito il ciclo di Emily Gee con The Fire Prince e ho scoperto la stupenda scrittura di John Wyndham con I trasfigurati.
Ho riempito un po' di lacune con Stevenson, Zweig, Byron, C.S. Lewis. Ho  letto qualche paginetta di Steinbeck, Grossman e Donna Tartt. Ho iniziato un Dickens. Ho letto più autori italiani del solito, ho letto poesia e ho iniziato delle raccolte di racconti, categorie che in genere leggo di rado.

Se ho incontrato qualche libro veramente brutto, penso di averlo accantonato senza remore e di non essere rimasta delusa perché non mi aspettavo niente. Leggo ancora un sacco di roba easy, perché ho davvero bisogno di rilassarmi e non pensare più volte di quante vorrei, ma, comfort books esclusi (una quantità spaventosa), tutto quello che ho letto mi è piaciuto e farei molta fatica a indicare il titolo più significativo del 2016. Ho preferito Michele Mari o Guterson? Manuel Rivas o Wyndham? Emily Gee o Massimo Cuomo? Non lo so, li ho adorati tutti e non posso far altro che ringraziare gli autori e il mio intuito per i libri che mi porta, il più delle volte, proprio dove voglio andare.

Personalmente rimpiazzerei il caffè con del caffellatte e aggiungerei
qualche punto in più di Intelligent conversation, perché è davvero
un bene raro e io ne ho bisogno come l'aria.

Mi pare di aver iniziato l'anno abbastanza bene, tenendo già fede a qualcuno dei nuovi propositi, che, tutto sommato, assomigliano a quelli dell'anno scorso, anche se spero di riuscire a concentrarmi di più sul riempire le lacune in materia di letteratura classica. Detto questo, mi metto al lavoro!

domenica 5 febbraio 2017

L'isola del tesoro

Ho sempre seguito un percorso di lettura molto diverso da quello dei miei coetanei. Come ho raccontato qui, durante le elementari tutti leggevano Vampiretto e io invece no; alle medie ricordo le mie compagne di scuola parlare di Harry Potter, mentre io ci sono arrivata qualche anno più tardi; verso la fine delle superiori c'è stata un'ondata e diversi amici lessero, a distanza di pochi mesi gli uni dagli altri, 1984 e Il ritratto di Dorian Gray, mentre io di quel periodo ricordo con entusiasmo Huysmans, Tanizaki, Salgari. Ecco perché sto cercando di recuperare tutte quelle letture che in genere si fanno da ragazzi e che io ho saltato a piè pari.

Uno di questi libri è indubbiamente L'isola del tesoro, con cui ho fatto finalmente conoscenza l'anno scorso.

Robert Louis Stevenson, L'isola del tesoro,
 Milano, Garzanti, 2007.

Anche se avevo già letto Stevenson molti anni fa (La freccia nera e non mi ricordo quasi più niente), mi sono stupita di cinque cose:

1- la grande capacità di Stevenson di caratterizzare i personaggi tramite i dialoghi. Ancor più delle descrizioni fisiche, il loro modo di parlare fa capire immediatamente il tipo di persona che si ha di fronte: 
preciso ed essenziale il pragmatico dottor Livesey:
Essere stato soldato significa qualcosa, ma ancor di più essere un medico. Nel nostro lavoro non c'è tempo per i tentennamenti. (p.115)
conciso e senza peli sulla lingua il capitano Smollett:
"Benissimo", disse il capitano. "Ora stammi a sentire tu. Se verrete uno alla volta, disarmati, mi impegno a mettervi tutti ai ferri e a riportarvi in Inghilterra dove avrete un regolare processo. Se non lo fate, il mio nome è Alexander Smollett, ho issato la bandiera del mio sovrano, e vi vedrò tutti in fondo al mare. Voi non riuscirete a trovare il tesoro. Non sapete governare la nave, perché tra voi non ce n'è uno che sappia governare una nave. Non riuscirete a sconfiggerci: Gray, lì, se l'è svignata in barba a cinque dei vostri. La tua nave è bloccata, capitano Silver; sei stato sbattuto dal vento sugli scogli e te ne accorgerai. Questo è quanto ho da dirti; e queste sono le ultime parole gentili che avrai da me; perché, in nome del cielo, la prossima volta che ti incontro ti ficcherò una pallottola nella schiena." (p.139)
sempre pronto a minacciare o a ingraziarsi gli altri quel carismatico voltagabbana di Silver:
"Sta a sentire, però; tu sei giovane, certo, ma sei furbo come una volpe. L'ho capito appena t'ho visto, e ti voglio parlare da uomo a uomo".
Potete immaginare come mi sentii all'udire questo abominevole vecchio mascalzone adularlo con le stesse parole che aveva usato con me. Se avessi potuto, credo che l'avrei ucciso attraverso il barile. Intanto continuava, senza immaginare che ci fosse qualcuno ad ascoltare.
"Senti com'è con i gentiluomini di ventura. Fanno una vita dura e rischiano la forca, ma mangiano e bevono come galli da combattimento, e alla fine una crociera in tasca mica hanno due spiccioli, macché: centinaia di sterline, hanno. Certo, per lo più se ne vanno tutte in rum e un po' di bella vita, poi di nuovo in mare con addosso solo la camicia. Ma io non faccio così. Io metto via tutto. Un po' qui, un po' là, e mai troppo da nessuna parte, per non destare sospetti; ora ho cinquant'anni, e ascolta quello che ti dico: quando torno da questo viaggio mi metto a vivere di rendita. [...] E come ho cominciato? Da marinaio semplice, come te!".
[...]
"I gentiluomini di ventura", ribattè il cuoco, "di regola si fidano poco tra di loro, e fanno bene, ci puoi scommettere. Ma io ho un mio sistema, eccome se ce l'ho. Se un compagno - uno che mi conosce, voglio dire - molla il cavo dell'ancora, si ritrova all'altro mondo, lontano dal vecchio John. Ce nerano certi che avevano paura di Pew, e certi che avevano paura di Flint; ma Flint, lui, aveva paura di me. Proprio così, paura - e sì che era un tipo orgoglioso. Era la ciurma più turbolenta che si sia mai vista su una nave, quella di Flint; il diavolo in persona avrebbe avuto paura ad andare per mare con loro. Bene, ora ti dico una cosa - io non sono uno che si vanta e tu stesso hai visto quanto sia di compagnia - : ma, quando ero io il timoniere, i vecchi bucanieri di Flint erano a dir poco degli agnellini. Insomma, sulla nave del vecchio John puoi stare tranquillo".
"Be', sai che ti dico?", replicò il ragazzo, "prima di parlare con te, John, questa storia non mi piaceva per niente, ma ora, qua la mano".
"Sei una ragazzo coraggioso, e sei anche sveglio", rispose Silver, stringendogli la mano con una stretta così vigorosa da far tremare tutto il barile, "e non ho mai visto un ragazzo più portato a diventare un gentiluomo di ventura".
A questo punto avevo cominciato a capire il significato di quei termini. Chiaramente, per gentiluomo di ventura intendevano né più nè meno che un comune pirata, e la scenetta che mi era capitato di sentire non era che l'atto finale della corruzione di uno dei marinai onesti - forse l'ultimo rimasto a bordo. (pp.77-78)
"Stammi bene a sentire, Jim Hawkins", disse, sussurrando con una voce appena udibile, "sei ad un passo dalla morte e, cosa ben peggiore, dalla tortura. Mi faranno fuori. Ma, bada bene, io ti difenderò qualsiasi cosa dovesse accadere. Non ci avevo pensato per niente, prima; no, finché non hai parlato in quel modo. Ero disperato all'idea di perdere tutto quel gruzzolo e di finire per giunta impiccato. Ma ho capito che sei in gamba. Mi sono detto: tu da' una mano a Jim Hawkins, John, e Hawkins la darà a te. Tu sei la sua ultima carta e, per tutti i fulmini, John, lui è la tua! Schiena a schiena, dico io. Tu salvi il tuo testimone e lui ti salverà il collo!". (p.195)
ingenuo e positivo lo Squire Trelawney:
Ho acquistato la nave che è già stata armata. [...] L'ho avuta attraverso il mio vecchio amico Blandly, il quale si è rivelato in tutto e per tutto un gran brav'uomo. Questo tipo formidabile ha letteralmente lavorato come uno schiavo nel mio interesse, così come, si può dire, hanno fatto tutti a Bristol, appena hanno avuto sentore di quale fosse il porto verso cui faremo vela - vale a dire il tesoro.
[...]
Blandly in persona ha trovato la Hispaniola e, conducendo le trattative in modo assolutamente ammirevole, l'ha avuta per una sciocchezza. Vi sono persone a Bristol che nutrono assurdi pregiudizi contro Blandly. Giungono addirittura a sostenere che questo onest'uomo per i soldi farebbe qualsiasi cosa, che era lui il proprietario della Hispaniola e che me l'ha venduta ad un prezzo ridicolmente alto: una smaccata calunnia.[...]
Era l'equipaggio, invece, a preoccuparmi. [...] dopo un gran penare ero riuscito a metterne insieme non più di una mezza dozzina, finché il più incredibile colpo di fortuna non mi ha fatto trovare proprio l'uomo che ci voleva.
Me ne stavo sulla banchina quando, per puro caso, mi sono messo a chiacchierare con lui. Ho scoperto così che un tempo era stato marinaio, che aveva una taverna, che a Bristol conosceva tutta la gente di mare e che a terra ci aveva rimesso la salute e voleva un buon impiego come cuoco per tornare a navigare. Quella mattina, disse, si era trascinato fin lì zoppicando per sentire l'odore di salmastro.
Mi sono terribilmente commosso - lo stesso sarebbe accaduto a voi - e, per pure compassione, l'ho ingaggiato su due piedi come cuoco di bordo. Si chiama Long John Silver e ha perso una gamba, m questa io la considero una nota di merito, dato che l'ha perduta servendo il suo paese, sotto l'immortale Hawke. Non ha una pensione, Livesey. Rendetevi conto in che tempi esecrandi viviamo!
Ebbene, credevo di aver trovato solo un cuoco, invece ho scoperto un intero equipaggio. Tra Silver e me in pochi giorni abbiamo riunito una compagnia dei più coriacei lupi di mare che si possa immaginare - non belli da vedere ma, a giudicare dalle facce, gente dallo spirito veramente indomito. Dico, potremmo affrontare una fregata.
Long John si è anche sbarazzato di due dei sei o sette che avevo già ingaggiato. Gli è bastato un minuto per convincermi che erano proprio il tipo di lavativi d'acqua dolce da cui bisognava tenersi alla larga in un'avventura così impegnativa.
(p.52-53)
mentre lo stralunato Ben Gunn parla con frasi spezzate, confuse e ripetute:
"Allora, compagno, com'è che ti chiami?".
"Jim", gli dissi.
"Jim, Jim", fa lui, apparentemente molto soddisfatto. "Bene, allora Jim, la mia vita è stata così turbolenta che arrossiresti solo a sentirla. Ecco, per esempio: tu, a vedermi, non diresti che ho avuto una madre pia, non è vero?", domandò.
"Be', no, non particolarmente", risposi.
"E invece sì", disse lui, "lo era - e molto. [...] Ma è stata la provvidenza a farmi finire qui. Su quest'isola deserta ho potuto riflettere a lungo, e sono tornato ad essere devoto. Non mi pescherai più ad assaggiare del rum; a parte, ovviamente, un dito, così, alla salute, alla prima occasione. Sono deciso ad essere buono, e so come farò. E, Jim", aggiunse guardandosi intorno e proseguendo con un filo di voce, "sono ricco".
Ero ormai convinto che quel poveretto fosse impazzito per la solitudine e immagino che questa convinzione mi si leggesse in faccia, visto che continuava a ripetere, sempre più accalorato, la stessa frase:
"Ricco! ricco! ti dico"
[...]
"Be', Jim, tre anni sono stato qui e non un boccone di cibo da cristiani in tutto questo tempo. Ma ora, guarda; guardami. Ti sembro un marinaio semplice? No, dirai. E infatti non lo ero, dico io".
E così dicendo strizzò l'occhio e mi diede un pizzicotto forte.
"Basta che tu dica queste parole al tuo Cavaliere, Jim", continuò, "proprio queste parole qui: 'e infatti non lo era'. Per tre anni è stato l'unico uomo su quest'isola, notte e giorno, con la pioggia e col sole; e qualche volta, magari, si inventava una preghiera (dirai tu), e qualche volta, magari, pensava alla sua vecchia madre, se era viva (dirai tu) - per lo più il tempo di Gunn (questo è quello che dirai) - per lo più il suo tempo era occupato da un'altra questione. E poi gli darai un pizzotto, come questo".
E mi pizzicò di nuovo in modo fin troppo amichevole.
"Poi", continuò, "poi prendi e gli dici così: Gunn è un brav'uomo (tu dirai), e si fida ben oltremodo più - 'ben oltremodo', ricordati - di un gentiluomo nato che di questi gentiluomini di ventura, essendolo stato anche lui".
"Va bene", dissi, "non ho capito una sola parola di quello che avete detto."
(pp.105-108)

2- l'enorme influenza che ha avuto questo romanzo sull'immaginario collettivo relativo alle avventure piratesche. Mappe con croci rosse e tesori nascosti, gente di mare con ogni sorta di handicap fisico (a partire dalla gamba mancante), isole sperdute in climi caldi, il pappagallo come animale domestico, l'indole insubordinata, avida e lazzarona dei pirati, le grandi quantità di alcolici che consumano (rum compreso). E' assurdo pensare a quanto di stevensioniano ci sia nell'idea che oggi abbiamo dei pirati, sembra quasi che li abbia inventati lui!

3- il modo in cui i personaggi parlano di Flint e di Silver. Flint, defunto capitano della ciurma che ora segue Silver, era grandemente temuto. La sua collera era di certo micidiale (si suppone che da solo abbia fatto fuori ben sei dei suoi uomini solo per nascondere per bene il tesoro senza lasciare testimoni). Tutti lo odiavano, non ce n'è uno che si dispiaccia per la sua orrenda dipartita e il rispetto che gli usavano in vita era dovuto al timore delle ripercussioni in caso avessero osato sfidarlo o contraddirlo (un tipo di rispetto che non vale niente perché muta in rivolta alla prima difficoltà e non a caso il pappagallo di Silver si chiama Capitan Flint). Eppure Flint temeva Silver, di grado inferiore. Le caratteristiche principali di quest'ultimo sono la furbizia e soprattutto il carisma: è un trasformista in grado di convincere le persone con pantomine, parole e grandi doti d'attore, è in grado di salvare la pellaccia capovolgendo a suo vantaggio ogni situazione. Sembra destinato a seguire le orme di Flint, ma il suo essere pieno di risorse lo esenta da tale destino.
"Immagino che abbiate sentito parlare di questo Flint?"
"Sentito parlare!" esclamò il Cavaliere. "Sentite parlare, dite! Era il bucaniere più sanguinario che abbia mai solcato i sette mari. In confronto a Flint, Barbanera era un bambino. Gli spagnoli avevano una tale paura di lui che, vi dico, a volte ero orgoglioso che fosse inglese. Ho visto con questi miei occhi, al largo di Trinidad, le sue vele di gabbia, e quel codardo figlio di una botte di rum che comandava la nave su cui viaggiavo rientrò - capite, amico mio?, rientrò a Port of Spain".
(p.43)
"Non è un uomo qualunque, Barbecue", mi disse il timoniere. "Da giovane ha studiato, e quando vuole sa parlare come un libro stampato. E che coraggio! Un leone non è niente a confronto di Long John! Io l'ho visto agguantare quattro uomini e sbattergli le teste una contro l'altra - e lui disarmato".
Tutta la ciurma lo rispettava e gli ubbidiva. Aveva la capacità di saper parlare con tutti e di trovare il modo per rendersi utile a ciascuno.
(p.72)
"Ah, Flint - quello sì che aveva cervello! A parte il rum, non s'è mai visto nessuno come lui. Non aveva paura di nessuno, quello, a parte Silver - eh, Silver era al suo livello". (p.129)
Inoltre, la grande amicizia tra Silver e Jim, di cui avevo sentito parlare in più di un'occasione, semplicemente non c'è, Jim e Silver non sono amici, si parano le spalle quando necessario e solo perché non c'è altro modo di restare vivi. In compenso entrambi nutrono ammirazione per il coraggio dell'altro. Questo non mi impedisce di adorare comunque Il pianeta del tesoro della Disney, dove l'amicizia tra Silver e Jimbo c'è eccome ed è, anzi, cardine della storia (e trasformare Ben Gunn in un robot svitato è stato un colpo di genio u_u);

4- Jim Hawkins, o meglio il modo in cui gli altri personaggi lo trattano. Tecnicamente Jim è un ragazzino, avrà 13 o 14 anni. E' sveglio e pieno d'iniziativa e spirito d'osservazione. E' lui che trova la mappa, che avverte dell'arrivo dei pirati, che scopre per primo l'ammutinamento, che dà retta a Ben Gunn, che smaschera la natura mutevole di Silver. E' vero, fa tutte queste cose, ma è pur sempre un ragazzino, quasi un bambino, eppure gli altri personaggi, tutti adulti, lo trattano da loro pari: Jim è da subito coinvolto nella spedizione per il ritrovamento del tesoro, non ci sono mai dubbi sul fatto che lui partirà con Livesey e Trelawney abbandonando la madre e il lavoro alla locanda per un'avventura rischiosa per mare, da cui non si sa se né quando tornerà. 
"Se abbiamo l'indizio di cui parlate, armo una nave nel porto di Bristol, prendo con me voi e il nostro Hawkins e avrò quel tesoro, dovessi metterci un anno per trovarlo". (p.43)
Tutte le lettere con le quali viene organizzata la partenza sono indirizzate anche a Jim, è parte attiva della spedizione. Nessuno dubita della sua discrezione o della sua capacità di mantenere i segreti, in primis il luogo di sepoltura del tesoro. Nessuno pensa che trascinarsi dietro un ragazzino in un viaggio lungo e arduo sia un peso, né che Jim sarà inutile o starà tra le scatole dei "grandi". 
"Questo giovane Hawkins è un tipo in gamba, mi sembra di capire". (p.42)
Della parola di Jim ci si può fidare: quando rivela ll'ammutinamento al dottor Livesey, al cavalier Trelawney e al capitano Smollett, non c'è né uno che non si fidi di lui, anzi, si fidano ciecamente di quello che riuscirà a scoprire. 
"Jim, qui", disse il dottore, "può aiutarci meglio di chiunque altro. Gli uomini di fidano di lui, e lui ha spirito d'osservazione".
"Hawkins, ho in te una fiducia prodigiosa", aggiunse il Cavaliere.
(p.88)
E, come già detto al punto precedente, anche Silver ammira il suo coraggio, lo reputa un avversario di tutto rispetto. 
Nessuno, nell'intero libro, si comporta con Jim come fosse un bambino, lo trattano tutti da adulto responsabile. Sarà uno dei motivi per cui generazioni di ragazzini hanno adorato questo libro (oltre alla massiccia dose di rischio e avventura che nella vita reale non avrebbero mai potuto gustare)?
"Ora, Hawkins, spiegalo tu al capitano com'è andata. Tu sei solo un ragazzo, certo, ma sei un tipo sveglio. L'ho capito appena sei entrato". (p.60)
L'idea di dubitare di Hawkins non ci sfiorò nemmeno; piuttosto, temevamo per la sua vita. (p.113)
5- il clima dell'isola. Attingendo al succitato immaginario piratesco, pensavo ingenuamente che l'isola del tesoro si trovasse da qualche parte in America centrale o comunque nella fascia tropicale, con grandi caldi afosi, palmizi ed entroterra ricoperti di foresta pluviale. Ora, effettivamente, in una delle ultime pagine viene citata l'America meridionale (senza comunque offrire una collocazione precisa dell'isola), ma gli altri indizi del romanzo fanno pensare a tutt'altra location.
Mi sono divertita a mettere insieme tutto quello che si sa dell'isola per immaginare dove potrebbe trovarsi:
- non si sa quanto dura il viaggio, sicuramente diversi giorni, ma non abbastanza da decimare abbondanti provviste di cibo, acqua dolce e alcolici, anzi, Trelawney tiene un barile sempre rifornito di mele sul ponte della nave in modo che chiunque ne voglia possa servirsi a suo piacimento, quindi il cibo non è razionato, non marcisce e dura ben oltre lo sbarco sull'isola, così come rum e vino, anche se i pirati ne tracannano in quantità;
- la geografia dell'isola prevede colline boscose, un monte e ampie zone acquitrinose (zeppe di zanzare e di malaria);
- alla fauna e alla flora dell'isola vanno ascritti anatre selvatiche, capre e serpenti a sonagli; giunchi, salici, abeti, querce castagnole, pini e lecci. Praticamente niente di tropicale tranne le spiagge sabbiose e quelle le abbiamo anche noi europei.
Ma allora dove sta l'isola? Abbastanza lontano da dover navigare per diversi giorni e da sapere che non si trova lungo rotte commerciali, in un posto abbastanza caldo da far sudare i personaggi ma non nella fascia equatoriale, altrimenti non ci sarebbe quel tipo di vegetazione. Forse non dall'altra parte del globo rispetto a Bristol, dove ha inizio il viaggio.
La butto là: potrebbe essere un'isoletta delle Azzorre, magari. Lassù nell'Atlantico, abbastanza vicino all'Europa. Sterili ragionamenti of course, ma mi sono divertita lo stesso a speculare XD


Quanto a lui, bevve un lungo sorso e parlò con inaspettata solennità.
"Per trent'anni", disse, "ho solcato i mari, e ho visto il bene e il male, il meglio e il peggio, il tempo buono e quello cattivo, le scorte esaurirsi e, subito, saltar fuori i coltelli, e non so che altro. Ebbene, ti dirò, non ho mai visto nulla di buono venire dalla bontà. Chi mena per primo, questo mi piace; i morti non mordono; così la vedo - amen, così sia".
(p.175)

Una breve e divertente avventura con ben più di quindici uomini e una sola bottiglia di rum :)

domenica 22 gennaio 2017

Il processo di Verre

In realtà non avevo alcuna intenzione di tuffarmi in Cicerone. Ho il mio bel mucchio di classici latini da smaltire e Cicero, qui, non era nella lista. Però l'avevo comprato lo stesso, un libretto sottile (pp.127) che costava due lire. Il testo di cui si parla è Il processo di Verre. Orazioni I e II, in I classici del pensiero libero. Greci e latini, pubblicato nel 2012 come inserto del Corriere della sera e ripreso dall'edizione Rizzoli. Testo a fronte, traduzione di Nino Marinone.

                               

Dal 73 al 71 a.C. Gaio Verre fu propretore della Sicilia. Durante i suoi tre anni di governo quella provincia andò in malora: estorsioni a scapito dei cittadini, torture, processi e condanne a random, spoglio di templi e monumenti cittadini, incuria di città, flotte ed esercito, esili, stupri e quanto di peggio si possa immaginare. Roba al livello del Catilina di Sallustio.
Nel 70 a.C. Cicerone accetta di rappresentare il popolo della provincia in una causa contro Verre su grande insistenza dei siciliani, che lo conoscevano perché era stato questore laggiù cinque anni prima.
All'epoca Cicerone era giovane (36 anni) ma già noto per aver vinto delle cause di un certo rilievo, sempre però nel ruolo di difensore.

Da subito Verre fa ostruzione. Si prende a difesa un avvocato di grido, Quinto Ortensio Ortalo e, per guadagnare tempo, manda un altro avvocato, Quinto Cecilio (un signor nessuno per noi oggi), a reclamare la causa per sé, adducendo come motivazioni l'essere siciliano, al contrario di Cicerone, l'essere stato personalmente offeso da Verre (chiaramente non abbastanza da rifiutare il suo denaro) e di essere stato questore sotto Verre, quindi conosceva i suoi metodi e le sue colpe.

Il libretto di cui vi parlo contiene questa divinatio con cui Cicerone si dovette guadagnare il diritto ad accusare Verre. Inutile dire che la causa venne assegnata a lui e che se c'è qualcuno che sa come offendere e distruggere gli altri con grazia ed equilibrio, quello è Cicerone.
"Ma tu, Cecilio, che possibilità hai? in quale occasione o in quale faccenda hai dato agli altri qualche prova, non solo, ma ti sei assunto una responsabilità personale? Non ti viene in mente quale difficoltà comporti sostenere un processo penale? esporre l'intera vita di un altro, e presentarla non solo alla mente dei giudici ma anche alla vista e alla considerazione di tutti? difendere il benessere degli alleati, gli interessi delle province, la forza delle leggi, la serietà dell'amministrazione giudiziaria? Apprendi da me, poiché questa è la prima volta che ti si presenta l'occasione di imparare, quante doti deve avere chi accusa un altro" (p.25)
'Sto sfigatissimo Cecilio, lo fa a brandelli e trova anche il modo di vantarsi della propria bravura e integrità!
"Capisco quanto sia insidiosa e difficile la situazione in cui  mi trovo; infatti ogni forma di presunzione è odiosa, ma in particolare è certo la più fastidiosa quella a proposito dell'ingegno e dell'eloquenza. Perciò non dico nulla del mio ingegno: non c'è nulla che io possa dire, né, se ci fosse, lo direi; infatti, o mi basta l'opinione che si ha di me, qualunque essa sia, oppure, se è scarsa, non posso accrescerla facendone menzione." (p. 31)
Una volta vinto il patrocinio della causa, Verre, diciamo pure cagato in braghe, comincia a spargere mazzette a destra e a manca senza pudore. Boicotta la scelta dei giudici, le date del processo, la candidatura di Cicerone a edile, compra o intimidisce testimoni e cerca perfino di corrompere Cicerone stesso! 'mazza che faccia tosta!
Al nostro avvocato vengono assegnati 110 giorni di tempo per raccogliere prove e preparare l'accusa. Durante quell'inverno particolarmente freddo, Cicerone parte per la Sicilia e in soli 50 giorni se la gira tutta a piedi a caccia di testimoni.
Tornato a Roma il dibattimento viene continuamente rimandato, anche perché tra l'estate e l'autunno c'erano un sacco di festività durante le quali i processi erano sospesi. Dopo aver fatto i salti mortali per ottenere una giuria composta da uomini integerrimi, si rischiava di finire nell'anno successivo e sarebbe stato un grosso problema, visto che con il cambio d'anno venivano anche sostituite diverse cariche pubbliche, ci sarebbe stato un cambio di giurati e quelli nuovi sarebbero stati quasi sicuramente corrotti dal denaro di Verre.

Per giungere al dunque in fretta, Cicerone, invece di esporre le sue tesi a più riprese, rischiando continue interruzioni, punta il tutto per tutto in un unico discorso breve ma incisivo. Questa Actio Prima costituisce la seconda parte del mio libretto.
"Vi farò una confessione, giudici. Gaio Verre, è vero, mi ha teso molti agguati per terra e per mare: li ho respinti in parte con la mia attenzione, in parte per interessamento devoto e cortese di amici. Tuttavia non mi è mai sembrato di affrontare un rischio così grave e non sono mai stato tanto spaventato come ora al momento del processo. E non mi impressiona tanto l'aspettazione per la mia accusa e l'affluenza di sì grande folla (circostanze che mi rendono nervoso) quanto le scellerate insidie di costui, che egli tenta di  mettere in atto contemporaneamente contro di me, contro di voi, contro il pretore, contro gli alleati, contro le nazioni estere, contro la classe senzatoriale, contro il prestigio stesso del senato. Egli infatti va ripetendo queste dichiarazioni: avrebbe da temere chi avesse sottratto quanto bastava a lui solo, ma lui ha rubato tanto che può bastare a molti; non esiste probità così integra che il denaro non possa travolgere, non esiste luogo tanto fortificato che esso non possa espugnare." (p. 71)
"Questo è il processo in cui voi giudicherete l'imputato, il popolo romano giudicherà voi. Con quest'uomo si stabilità se è possibile, con una giuria formata da senatori, condannare un individuo gravemente colpevole e molto danaroso" (p. 111)
A questo discorso seguirono nove giorni di testimonianze dei crimini di Verre. L'imputato perse ogni speranza di assoluzione e, ancor prima della fine del processo, pensò bene di far sparire gran parte delle sue ricchezze e di darsi all'esilio volontario. Cicerone vinse la causa, ma il risarcimento che Verre dovette pagare furono briciole in confronto a quanto aveva estorto.
Il resto delle argomentazioni preparate da Cicerone non fu mai pronunciato in aula e l'Actio Secunda, comprendente altri cinque discorsi, vide la luce solo sui manoscritti.

Vecchia e nuova copertina dell'edizione BUR contenente sia l'Actio Prima che l'Actio Secunda.

Ora, tranne brevi passaggi per curiosità linguistica e deformazione personale, ho letto il testo in traduzione italiana, perché il mio latino non è mai stato abbastanza buono da tradurre ad occhio e per non perdere il filo del discorso durante la lettura.
Anche con una miriade di subordinate la chiarezza del discorso è mirabile e la quantità e l'uso delle figure retoriche fanno paura: ripetizione, climax, preterizione, prolessi, domande retorche, expolitio e chissà che altro mi sono persa ad aver letto in italiano!

A scuola Cicerone è un obbligo, versioni su versioni di testi giudiziari che, assieme ai rapporti di guerra di Cesare, possono rendere le ore di latino tedio infinito, al pari della mole di tabelle di declinazioni e coniugazioni da memorizzare.
Però poi arrivano i momenti come questo: è la seconda volta che mi ricredo su un autore studiato a scuola, a pezzi, per dovere. Non che Cicerone quella volta mi stesse proprio sulle balle (ma Manzoni sì), ma non era nemmeno interessante quanto un poeta o un narratore. Rivalutare e finalmente riuscire a vedere ciò che c'è di bello dove prima sembrava tutta palude dà un sacco di soddisfazione. Vale la pena dare seconde chances, provare per credere :D